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La tragedia di Rebibbia: la comprensione nasce dal silenzio
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La tragedia di Rebibbia: la comprensione nasce dal silenzio
21/09/2018

La tragedia di Rebibbia: la comprensione nasce dal silenzio

“Di ciò di cui non si può parlare è bene che si taccia”. Scriveva in conclusione della sua opera principale Ludwig Wittgenstein e più volte abbiamo cercato di ripetercela da ieri mattina come invito agli altri e precetto per noi stessi, perché non si può parlare del dramma che avvolge una madre che – all’interno di una vita disperata e nel luogo della disperazione più che della speranza – distrugge la vita dei suoi figli.

Ma delle condizioni e delle responsabilità collettive che determinano il contesto del gesto occorre invece parlare, anche perché è della capacità discorsiva dei contesti che si nutre una democrazia ed è la sola arma perché le situazioni possano non ripetersi e soprattutto svelare a tutti noi da quali dimenticanze esse sono sorte.

Il contesto è quello della difficoltà applicativa di una legge che ha ormai sette anni e che stenta a essere applicata nei suoi aspetti più significativi, rischiando di fare retrocedere il suo significato al mero miglioramento di ciò che già avveniva prima della sua adozione.

Il contesto è anche quello dell’incapacità a trovare il punto di equilibrio tra la difesa del diritto alla relazione materna, che porta il nostro ordinamento alla tutela almeno nei primi tre anni di vita, e l’assoluta priorità dell’esigenza di positive capacità evolutive e cognitive di un bambino nei suoi primi anni di vita. Difficile trovare l’equilibrio, troppo semplici le soluzioni adottate, che in molti casi – proprio ad eccezione di quello in cui si è sviluppata la tragedia – determinano situazioni di intollerabilità che non tutelano né l’una né l’altra esigenza.

La responsabilità è responsabilità collettiva: della carenza di strutture di casa famiglia protette, che esistono in numero limitatissimo e che dovrebbero costituire la soluzione prioritaria; delle comunità locali che spesso non gradiscono le presenze delle detenute madri nel loro territorio; della pretesa volontà di anteporre le necessarie esigenze di giustizia a quelle due tutele a cui si faceva riferimento prima; di un’opinione pubblica che volge il suo sguardo al carcere solo in occasione di tragedie e non anche ai molti aspetti di cura e tutela che vi si svolgono ogni giorno. Certamente, la responsabilità non è del punto terminale di chi si trova a dirimere tale intrico di conflitti e di problema aperti e che, nel caso della Direzione dell’Istituto femminile di Roma, lo ha sempre fatto con la massima attenzione a tutte le diverse esigenze.

Per questo il Garante nazionale, mentre considera se stesso parte di un dramma, attende con speranza che dal male di tale tragedia possa sorgere il bene di una riflessione collettiva su come la società troppo spesso affidi i propri drammi a un’impossibile vaso di Pandora.

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