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null SE TELEFONANDO

Del 19/11/2020

SE TELEFONANDO di Piero Rossi - Garante regionale dei diritti delle persone sottoposte a misure limitative della libertà, in Puglia.

Quel tipo di informazione superficiale che conosciamo bene, fatta di improvvisati sbraitatori in televisione (che resta il punto di congiunzione per tutti, tra l'approfondimento letto sui giornali e l'assunzione istantanea della media dose giornaliera di informazioni inconfutate, somministrate sui telefonini) comunicando con la pancia della platea degli incazzati a prescindere, ora argomenta, in termini di successo legalitario, sull'ennesima creazione di titolo di reato. Quello dell’introduzione fraudolenta di telefonini, condotta che, per l'appunto, ora si eleva, da rango di infrazione censurabile amministrativamente, a condotta penalmente rilevante. Proprio all'indomani della concessione di una più frequente comunicazione coi congiunti, da parte dei detenuti, attraverso telefonate e videochiamate.
Stabiliamo subito che questa è stata una delle rarissime circostanze in cui abbiamo potuto affidare all'emergenza Covid il ruolo di portatore di effetti collaterali positivi, persino provvidenziali. Perché, prima della pandemia, la telefonata è sempre stata uno di qui beni immateriali ad altissima utilità marginale, come direbbero gli economisti, ma contingentata e la videochiamata neanche si immaginava cosa fosse. Poi si sono aperte le cateratte della permissività dell'Amministrazione penitenziaria e si sono concesse videochiamate e chiamate con limitazioni quantitative collegate soltanto alla materiale impossibilità di consentire telefonate contemporanee a chiunque ne facesse richiesta, nel senso che si sono dovuti stabilire dei turni. Si è trattato di conferire, nel più breve tempo possibile, a tale strumento, il ruolo di un (apparentemente) freddo simulacro dell'incontro in presenza, ormai ragionevolmente ridotto (quando non escluso in periodo di lockdown) per i noti motivi. Ebbene questa possibilità cela potenzialità finora inesplorate. Da un lato, cioè, mette i colloquianti detenuti nella condizione di dismettere il ruolo passivo di “visitato” per agire quello più protagonista di visitatore a propria volta del contesto familiare, perché ne "ispeziona" gli spazi, l’abitazione, quindi l'intero sistema affettivo, fatto di stanze, di camerette dei figli, degli animali domestici (anch'essi, per giurisprudenza diffusa, destinatari di investimento affettivo); dall'altro spiega che la connettività non è soltanto una frontiera irraggiungibile e ingovernabile per la prudenza dello Stato (securitario) volta a scongiurare qualsiasi pericolo di reiterazione della condotta criminosa di chi voglia approfittare del mezzo per fini illeciti. Insomma, sia che si adotti la prima chiave di lettura che la seconda è per tutti evidente che si sta tracciando una strada dalla quale non si dovrà più tornare indietro.
E allora occorre tenere da conto due aspetti. Il primo è che il Dipartimento dovrà esprimersi per la definitiva adozione del virtuoso ricorso alla connessione internet come un risultato irrinunciabile anche per il futuro e in termini di fruizione diffusa e capillare, anche fuori degli internet point dedicati, installati in zone precise ed esclusive, magari sperimentando e rendendo poi strutturali e definitive la corrispondenza via email e le ricerche sul web sia per motivi di scuola, studio e ricerca, che di ricorso ad altre occasioni di svago (persino di qualsiasi natura esse siano, purché negli intangibili limiti della liceità e della legalità ma senza valutazioni di ordine morale) e di impegno del tempo libero. Piuttosto mettendo in bilancio il più ampio accesso alle potenzialità del mezzo, come potrebbe essere a valle di una seria formazione, magari trasversale a qualsiasi occasione di istruzione scolastica o di apprendimento on the job.