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null Il Garante dei detenuti al governo: “Cambiare subito i decreti sicurezza”

Del 26/06/2020

Il Garante dei detenuti al governo: “Cambiare subito i decreti sicurezza”

L'intervista a Mauro Palma. "Stop alle detenzioni inumane nei centri di accoglienza". Una trattativa tra rivolte e scarcerazioni? "Non ci sono evidenze"

"Cambiare subito i decreti sicurezza". "Stop alle detenzioni inumane nei centri di accoglienza". "Riportare il carcere nel solco della Costituzione". Ma anche "non vedo evidenze su una trattativa tra lo Stato e la mafia per ottenere le scarcerazioni". E ancora: "Non leggo le rivolte come organizzate anticipatamente dalle mafie". Questo, e molto altro, nell'intervista a Repubblica di Mauro Palma, il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute, che oggi presenterà la sua relazione alle Camere. 

Il carcere, 53.527 detenuti  al 25 giugno, 60.769 al 31 dicembre 2019. Lei ha inviato questi dati a Mattarella, ne spiegherà il significato oggi in Parlamento davanti alla presidente della Consulta Cartabia che si è spesa per un "carcere dei diritti". Cosa significano queste due cifre? 
"Semplicemente che non c'è bisogno di provvedimenti eccezionali per ridurre il numero dei detenuti. Con un tempestivo e adeguato ricorso agli strumenti che l'ordinamento già prevede si può trasformare il carcere portando fuori e risolvendo fuori da quelle mura le difficoltà e la conflittualità. Basti pensare che ancora oggi abbiamo in cella 867 persone condannate a meno di un anno e 2.274 con una pena tra uno e due anni. Evidentemente questi sono casi che l'istituzione "carcere" non può risolvere. Per la semplice ragione, tra l'altro, che qualsiasi programma di recupero richiede almeno sei mesi. Queste vite invece entrano ed escono dal carcere. Sono solo persone senza strumenti per difendersi". 

Lei sta proponendo di tenerli fuori? 
"Nella società che sta fuori bisogna trovare strumenti di controllo e di sostegno senza far ricadere sul carcere problemi che il carcere stesso non può risolvere. Anche economicamente, un investimento esterno alla lunga sarebbe meno dispendioso di una ripetitività di detenzioni". 

Ma il calo di circa 7mila detenuti in sei mesi come si è prodotto e cosa vuol dire?
"Tre fattori sono stati determinanti. Il primo, e più importante, è stata l'accelerazione di provvedimenti dei magistrati di sorveglianza che sulla spinta del rischio epidemico hanno fatto un grande lavoro di esame di tutte le situazioni meno rilevanti. Il secondo fattore è stato il minor numero di ingressi in carcere, sia per il calo dei reati durante il lockdown, sia per essere tornati alla custodia cautelare in carcere come misura estrema. Il terzo fattore è la norma del 17 marzo, contenuta nel decreto Cura Italia, che ha previsto una più rapida possibilità di accesso alla detenzione domiciliare. Va detto comunque che gli effetti di questa norma eccezionale sono stati ben minori degli altri due. A conferma che un buon uso dell'ordinarietà è sempre meglio dell'eccezionalità". 

Lei scrive però che stanno di nuovo aumentando i nuovi ingressi in carcere, a maggio 117 in media al giorno a fronte di 86 scarcerazioni, più di 150 persone negli ultimi 15 giorni. Significa che il carcere sta tornado sovraffollato? 
"Non siamo ancora a questo, anche se i posti disponibili oggi sono intorno ai 47mila. Ma se malauguratamente dovessimo aver bisogno di spazi per isolare persone, avremmo necessità di un carcere molto meno "denso". Per questo i numeri dovrebbero ancora calare riservando la pena in cella solo quando è davvero necessaria e utile". 

"Si va in carcere perché puniti, non per essere puniti". Che significa questa frase contenuta nella sua relazione che Repubblica ha letto in anticipo? 
"Vuol dire che la pena è la privazione della libertà, ma non c'è alcun bisogno di ulteriori aggravamenti, mentre servono percorsi diversificati. Il trattamento di un detenuto comune è naturalmente diverso da quello di un condannato per fatti di grande criminalità. Ma ciò non vuol dire che il secondo debba avere meno diritti e maggiori aggravamenti. Il secondo semmai richiede maggiore osservazione e rigore nell'interruzione dei rapporti con le reti criminali. Non si capisce perché debba richiedere meno ore d'aria". 

Sta dicendo che il 41bis e l'Alta sicurezza sono trattamenti ingiusti? 
"Assolutamente non lo sto dicendo. Dico invece che vanno prese tutte le misure rigorose per interrompere le connessioni criminali. Ma la finalità costituzionale della pena resta anche per loro perché la Costituzione non fa distinzione". 

La nostra Carta vale anche per chi ha fatto le stragi e ha ucciso uomini come Falcone e Borsellino? Io non credo. 
"Non sono d'accordo con lei. La Carta vale per tutti. Ma spetta a noi saper tradurre i suoi principi in un sistema sicuro, rigoroso, ma che non la tradisca". 

I primi sei mesi del 2020 sono stati squassati dalla pandemia da Covid che lei paragona alla sfera d'acciaio che nel film di Fellini "Prova d'orchestra" irrompe in scena. Ma il coronavirus ha prodotto, nel mondo delle prigioni, le rivolte, su cui si affastellano molte ipotesi. Qual è la sua? 
"Le prime rivolte sono nate anche da un grande errore comunicativo che ha fatto percepire il decreto che stava per essere approvato come una norma che avrebbe chiuso tutto. Questo, a chi vive in una realtà già chiusa, ha provocato una duplice ansia. Non a caso Modena, il carcere centro della rivolta, ha visto i primi casi accertati di Covid. Che poi, nelle stesse rivolte si possa insinuare via via la criminalità organizzata non è da escludere e l'autorità giudiziaria lo accerterà. Ma non leggo le rivolte come organizzate anticipatamente dalle mafie". 

In un'audizione di fronte alla commissione parlamentare Antimafia Nino Di Matteo lascia intendere che un'ipotetica trattativa tra i mafiosi e lo Stato è realisticamente possibile. Ne ha viste delle tracce concrete?
"Assolutamente no. E anzi chiederei in generale a chi prospetta determinate tesi di sostenerle con elementi di evidenza". 

Sta dicendo che servono delle prove? E quali potrebbero essere? 
"Per avanzare un'ipotesi così importante si devono avere dei dati di fatto per dimostrare la connessione, altrimenti s'ingenera nell'opinione pubblica un'idea di onnipotenza della criminalità che ha effetti negativi sul sentirsi attori e difensori della propria democrazia". 

Le scarcerazioni - quasi 500 di cui 220 di mafiosi di alto e medio livello - sono documentate. Lei come le valuta? 
"Non c'è stata alcuna scarcerazione, ma arresti domiciliari o detenzioni domiciliari. Sempre provvedimenti decisi dall'autorità giudiziaria. In più della metà dei casi sono stati i giudici di merito a decidere per persone ancora sotto processo. Quindi tanti giudici e tante indipendenti valutazioni. Per meno di metà dei casi è stata la magistratura di sorveglianza che da sempre è chiamata anche a rivedere periodicamente queste decisioni. Ci potranno essere state delle valutazioni assunte sull'onda del rischio di contagio da Covid, ma certamente la magistratura era in grado di rivederle anche senza i decreti che impongono un ritmo di revisione. È giusto rivederli comunque se la motivazione del contagio viene meno".   

L'ormai famosa circolare del 21 marzo. Secondo lei è la causa delle scarcerazioni? Era il frutto di una trattativa? 
"Che possa essere stata il frutto di una trattativa lo escludo, o comunque non ho avuto in mano alcun elemento in questa direzione. Mi pare evidente che si trattasse soltanto di un'indicazione di fattori di possibile rischio. Non escludo neppure che nell'ansia del periodo possa essere stata letta come una sorta di indicazione ai giudici. Ma è chiaro che poi gli stessi giudici hanno deciso in modo autonomo". 

L'ex capo del Dap Francesco Basentini era un direttore modesto, un direttore incapace, un direttore che consapevolmente ha ceduto alle pressione di una trattativa? 
"Non mi associo ai cori di chi, quando una persona decade da un suo ruolo, smette di parlarne bene e individua in lui tutti i difetti. Questo non significa che fossi d'accordo con tutte le sue scelte". 

Cosa ha criticato? 
"La sua non vicinanza con il personale, anche in momenti di difficoltà. L'errore di non essere andato subito nei luoghi delle rivolte, neppure a Modena dove pure erano morte più di dieci persone. Il non aver costruito una fisionomia unitaria e coesa del Dipartimento". 

Secondo lei un capomafia detenuto al 41bis come Pasquale Zagaria può essere messo ai domiciliari? Ne ha diritto chi ha commesso reati gravissimi?
"Se lo richiede la situazione sanitaria e se non ci sono altre soluzioni che riescano a garantire la salute in piena sicurezza, la risposta è sì. Nel caso specifico altre soluzioni potevano essere trovate. Già tre anni fa avevo segnalato al Dipartimento che non c'era una struttura sanitaria di piena sicurezza in Sardegna nel caso si fosse ammalato uno dei tanti detenuti al 41bis che pure si trovano in quella regione". 

Scorrendo la relazione colpisce il suo soffermarsi sul reato di tortura e sul primo bilancio che cerca di trarne. 
"La relazione cade nella giornata internazionale contro la tortura. Contestare anche questo reato può essere utile all'indagine per l'assoluta trasparenza, a volte per ridimensionare alcuni casi, ma soprattutto per la complessiva dignità dei corpi di polizia che non hanno assolutamente bisogno di essere tutelati da un alone di non trasparenza. L'Italia è stata condannata a Strasburgo per il G8 di Genova del 2001 e per un caso penitenziario di Asti proprio perché pur avendo appurato che la tortura c'era stata, però mancava il reato". 

Migranti e decreti sicurezza. Quei decreti sono ancora lì, proprio nella versione di Salvini. La maggioranza rossogialla non ce la fa a cambiarli. Lei parla di un "Mediterraneo teatro di violazioni". Cosa chiede al governo? 
"Innanzitutto di modificare subito i decreti, a partire dalle stesse osservazioni che aveva fatto il presidente Mattarella quando furono convertiti in legge. Se una nave non può più salvare vite umane perché corre il rischio di sanzioni esemplari, è innegabile che ci sia una responsabilità dell'Italia rispetto ai morti".  

Quando lei cita i dati sui migranti - 6.172 persone nei centri, solo 2.992 rimpatriate, mentre per 1.775 la privazione della libertà non è confermata - sta dicendo che i centri sono prigioni non autorizzate?
"Chiudere vite umane in attesa di un rimpatrio del tutto ipotetico e che poi non avviene, è un atto illegittimo non solo secondo me, ma secondo la stessa direttiva europea sui rimpatri. La situazione è migliorata rispetto a prima, ma la percentuale di chi è stato di fatto detenuto nei centri, peraltro in condizione spesso peggio del carcere, è ancora troppo alta".